Spazio alla critica

Le recensioni di importanti giornalisti ai nostri interpreti.

Le recensioni a cura di:

Nicola Lischi

Giornalista O-PR Communications

Roberto Del Nista

Critico musicale L’Opera

GALA GIACOMO PUCCINI

Collesalvetti, Domenica 26 Marzo 2017 ore 20,30

La recensione • Nicola Lischi

Vitaliy Kovalchuk: è un tenore dai mezzi notevolissimi, dotato di timbro squillante almeno nei centri, perché salendo verso gli acuti, che pure sono potenti e voluminosi, la fonazione diventa troppo tesa e muscolare.

Arianna Rondina: soprano dal timbro gradevole; l’emissione però tende a non “girare”, ad andare indietro già su un LA naturale , per esempio in “Sì mi chiamano Mimì”, aria che in teoria dovrebbe esser adatta alla sua voce. Da mettere nel dimenticatoio per almeno dieci anni se non di più è al contrario “Sola perduta abbandonata”, inadatta ai suoi mezzi vocali anche se forse più vicina al suo temperamento.

Rosa D’Alise: tipico timbro da soprano leggero, tutto sommato piacevole; cospicua l’assenza del minimo tentativo di applicare segni dinamici al canto, rendendo le due arie, adattissime peraltro a lei (valzer di Musetta e “O mio babbino caro”) abbastanza monotone; è ancora giovane e le potenzialità ci sono.

Martin Briody: delle due arie, quella di Malatesta da “Don Pasquale” era quella più consona alla sua vocalità baritono essenzialmente lirico, mentre quella di Rance dalla Fanciulla del West abbisogna di ben altri mezzi, di ben altro volume.

Francesca Maionchi: appena ventiduenne, questo soprano presenta enormi potenzialità, in larga parte già realizzate. Il timbro da lirico puro (almeno come sentito in una sala dall’acustica ingrata, discorso che vale ovviamente per tutti) pare maturo, e impressionante è, soprattutto per una cantante della sua età, la facilità e l’omogeneità in cui scende nel registro grave. Buoni anche gli acuti. Ho notato che, nonostante il canto sia ben impostato sul fiato, di fiati tende a prenderne un po’ troppi a discapito del fraseggio. Cantante molto interessante da tenere d’occhio.

La recensione • Roberto Del Nista

Breve premessa. Un denominatore accomunante tutti i partecipanti, è il timbro gradevole e il tangibile impegno. Però, l’impressione globale, come spesso accade, è che si sottovaluti il repertorio pucciniano, ancorché appetibile per i teatri ed i loro fruitori. In sintesi, negli interpreti ascoltati si è avuta la sensazione che essi abbiano profuso la loro maggiore attenzione nell’eseguire le note fini a se stesse anziché esprimerne la musica. In Puccini è fondamentale quel cosiddetto canto di conversazione, peraltro ampiamente indicato sulle partiture, troppo spesso ignorato: questa manchevolezza non permette di delineare i personaggi nella loro integrità espressiva. Queste precisazioni ci sembrano fondamentali considerando la giovane e giovanissima età di quasi tutti i partecipanti, aspiranti alla professione di cantante lirico.

Arianna Rondina, soprano • Si avverte un fastidioso vibrato, soprattutto in “Sola, perduta” da Manon Lescaut. Scelta molto azzardata e pretenziosa: l’assenza di fraseggio (“io, la deserta donna”, e “tutto è finito”, alterano i momenti clou di un’aria assai temibile, dalla quale non emerge l’interiorità polimorfa di Manon. Più congeniale a Rondina è Mimì: si apprezzano le intenzioni di cantare sul fiato e la frase conclusiva dell’aria, emessa con garbo.

Vitaliy Kovalchuk, tenore • Il gradevole colore tendente al chiaro è offuscato da un’emissione forzata nei medio alti già avvertibile in “Addio fiorito asil”, carenze caratteristiche maggiormente accentuate in “Nessun dorma”, dove i suoni non sono precisi nei passaggi e la fatica per mantenere l’emissione è tangibile. Decisamente Calaf è un ruolo molto superiore alle capacità del cantante.

Rosa D’Alise, soprano • L’abilità e la disinvoltura scenica di D’Alise, retaggio dai suoi trascorsi nella musica leggera, ne fanno una potenziale e brillante soubrette (una Despina, forse?). Purtroppo, oltre l’abilità scenica, la cantante si trascina vizi e difetti tipici della musica d’altro genere: i fiati sono corti, i suoni poveri di armonici, e i due personaggi presentati (Musetta e Lauretta) sono affrontati in modo asettico e molto scolastico.

Martin Briody, baritono • Briody si cimenta in ”Minnie, dalla mia casa (Fanciulla), abbinando l’aria con l’unico brano non pucciniano della serata: “Bella siccome un angelo” (Don Pasquale), Il timbro baritonale emerge solo nei gravi; già dai medi e poi negli alti il cantante forza l’emissione e “tenoreggia”; l’intensità, inoltre, è piuttosto debole: l’ensemble strumentale cameristico (posizionato alle spalle del cantante) copre la voce appena si alza la dinamica. La dizione in lingua italiana è inficiata dalla marcata pronuncia delle consonanti doppie.

Francesca Maionchi, soprano • Forse la voce più interessante della serata. Maionchi ha temperamento e potenzialità in divenire. Nelle due arie (“Donde lieta” e “Tu che di gel”) si avverte però ancora molto accademismo ed un certo timore nel dispensare canto ed espressività con maggior scioltezza. È presumibile quel timore abbia cattivo gioco su Maionchi, impastoiandola sui passaggi alla ricerca della nota di appoggio.

Kovalchuk / Maionchi • Duetto conclusivo del primo quadro di Bohème per tenore e soprano. Il duetto presenta segni di squilibrio: il tenore ha i fiati corti e l’intonazione è precaria. Tra i due cantanti vi è notevole disparità: è il soprano a “tirare” il tenore.

Kovalchuk / Maionchi / Briody / D’Alise • Il quartetto del terzo quadro, sempre da Bohème, impegna tutti i partecipanti tranne Rondina. In questo frangente, D’Alise spicca per la sua verve scenica come civettuola Musetta.